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Logistica, produzione e consumo di arsenali: le scommesse azzardate dei potenti
Come sempre molto interessante guardare gli eventi con la lente d’ingrandimento distaccata di Francesco Dall’Aglio, un ossimoro che forse spiega la capacità di andare a evidenziare i dettagli che maggiormente condizionano le strategie apparentemente sconsiderate adottate dai potenti del mondo e che in realtà rispondono a esigenze altrettanto schizofreniche, come le propagande dagli opposti fronti comuni sempre meno controllabili, anche confrontando le quantità di armi spostate e prodotte e consumate: solo attraverso i collegamenti tra ingrandimenti di dettagli più significativi si può provare a ricostruire la reale situazione, senza tifare o dare vita a ideologici wishful thinking. La guerra nell’attuale rivendicazione contrapposta di egemonia vs multilateralismo è destinata a non finire in tempi brevi, e anche se dovesse gradualmente finire con il comporsi in Ucraina – in particolare perché l’economia di Kyiv viene strozzata dal blocco delle esportazioni di grano e prodotti agricoli, per esempio –, sarà solo per lasciare spazio ad altri fronti contrapposti; contenziosi che vedono alleanze variabili (e inaffidabili) corrispondenti agli accordi stipulati… che non sempre sfociano poi in reciproco aiuto. Non si tratta di alleanze multilaterali di fondo ma di rapporti di convenienza e, in definitiva, di alleanze bilaterali molto fragili e legate alla contingenza, come nel caso del coinvolgimento pakistano in Yemen a supporto dei sauditi che tarda un po’ a realizzarsi, nonostante il patto a tre con la Turchia da poco stipulato.
Un altro spunto di riflessione proviene dal fatto che la guerra di droni capita proprio nel momento in cui tutti gli eserciti hanno un deficit di truppe e i robot possono sopperire. Ma con i droni non vinci un conflitto: puoi tenere un fronte, ma non ottieni una vittoria definitiva, non controlli il territorio.
Contemporaneamente Francesco Dall’Aglio ci fa notare come la strategia militare statunitense sia condizionata dagli avvicendamenti logistici, dal venir meno dei supporti di basi mediorientali bombardate dagli iraniani e abbandonate dall’Usaf, dagli approvvigionamenti provenienti dall’altra parte del mondo, dall’usura dei mezzi (per esempio la portaerei Lincoln) e perciò si assiste a tregue più o meno concordate e più o meno lunghe, per dare la possibilità alla elefantiaca macchina da guerra di esprimersi. E così la controparte ha modo di organizzare lo strozzamento dell’Arabia saudita con i suoi stessi stretti: la repentina avanzata di Ansarullah in Yemen è sicuramente pianificata con l’aiuto di Teheran. I più potenti ripetono che comunque alla fine vincono loro (Usa da un lato, Russia dall’altro), ma è un calcolo azzardato.
Un altro aspetto che sottolinea Francesco è che comunque la diplomazia non ha mai smesso di funzionare parallelamente e non è fatta dai personaggi pubblici alla Kushner (con il suo aspetto da agente immobiliare), bensì da esperti di lungo corso in grado di affrontare le mosse di navigati protagonisti da ambo i lati. In questo quadro vago spicca la visita di Ratcliffe a Mosca, quello ha probabilmente segnato una svolta; soprattutto se si valuta che Russia e Usa non hanno contese reali, se non in parte sull’Ucraina, e quindi nel dopoguerra potrebbe esserci un accordo che allontanerebbe Mosca da Pechino e inaugurerebbe un periodo di collaborazione. Europa non pervenuta e rintronata: la sua ostilità e ricerca dello scontro, una velleità bellicista parossistica che fa il gioco dei nazionalisti russi, le consente giri di vite interni e sono da sostegno vicendevole tra nazionalisti da un lato e dall’altro.
Peraltro è difficile riuscire a sostituire Zelensky e il suo sistema di potere sopravvissuto a innumerevoli scandali, corruzioni e lotte interne. Ultima quella che vede Fedorov, assoldato da Crosetto, sugli scudi dell’insurrezione di popolo che nel momento in cui si accorge della manovra elettorale lo abbandona, permettendo al personaggio Zelensky di sopravvivere anche stavolta; un attore che sta bene sia agli americani che ai russi e che sarebbe problematico scaricare dopo aver creato l’aura attorno alla sua figura per 4 anni di guerra. Magari subito dopo sarà abbandonato, ma ora è difficile.